Giuseppe Garibaldi

Giuseppe GaribaldiGaribaldi rappresenta senza dubbio uno dei protagonisti più incisivi della storia italiana: a dimostrazione di ciò esso detiene il primato di personaggio più citato nelle vie e nelle piazze delle città italiane.

Il suo successo è legato soprattutto alla sua vita avventurosa, al suo inestimabile coraggio ed al suo viscerale amore per l'umanità intera, che hanno fatto di lui uno dei protagonisti assoluti della storia italiana e non solo.

Egli è conosciuto come l'”Eroe dei due mondi” in quanto si è impegnato non solo nella Penisola italiana, ma anche in Sud America ed in tutta Europa al fine di promuovere i suoi ideali.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807 in un periodo in cui essa apparteneva ancora al Primo Impero Francese; nonostante i genitori sognassero per lui una carriera come avvocato, medico o prete, Giuseppe chiarì fin da subito (tentando anche una fuga verso Genova) la sua passione e propensione per la professione marinara.
Nel 1821, vinte le remore dei genitori, egli s'iscrisse nel registro dei mozzi a Genova e due anni dopo s'imbarcò alla volta di Taganrog nel mar d'Azov (ex colonia genovese) sotto la guida di Angelo Pesante, che egli definì “miglior capitano di mare”.

Seguirono svariati viaggi in mare: durante uno in particolare, presso il Mar Nero nel 1827, la sua nave fu assalita dai corsari e tutti i marinai furono derubati persino degli abiti; giunto al porto di Costantinopoli, egli dovette fermarvisi fino al 1832 a causa della guerra turco-russa, trovando asilo presso la comunità italiana.

In questi anni si narra che Garibaldi frequentò spesso l'ambiente dei genovesi insediati nei quartieri di Galata e Pera e la casa di Calosso, comandante della cavalleria del Sultano e che si guadagnasse da vivere impartendo lezioni di italiano, francese e matematica.

Nel 1832 Garibaldi ottenne la patente di capitano di seconda classe e si rimise in viaggio alla volta di Nizza: dopo un ulteriore assalto da parte dei corsari, giunse nella sua città d'origine per poi ripartire l'anno successivo nuovamente alla volta di Costantinopoli.

Al suo equipaggio si unirono tredici passeggeri francesi diretti nella capitale Ottomana a causa di una sentenza d'esilio e fu proprio in questa occasione che egli conobbe Emile Barrault, professore di retorica seguace di Henri de Saint-Simon che espose le sue idee a tutto l'equipaggio.

Il giovane Garibaldi fu nettamente influenzato dalle teorie e dalle parole di Barrault (anche se Annita Garibaldi, nipote dell'eroe, ipotizza nella biografia a lui dedicata che egli sia potuto entrare in contatto già in precedenza con queste ideologie, avendo soggiornato per molti anni a Costantinopoli): egli si convinse che tutto il mondo era percorso da un forte desiderio di libertà e che ogni uomo avesse l'obbligo morale di schierarsi al fianco di qualsiasi popolo si ribellasse alla tirannia.

Approdato a Taganrog, ebbe poi l'occasione di ascoltare le idee mazziniane sulla lotta per l'Unità d'Italia e le trovò una diretta conseguenza del pensiero espresso da Barrault sulla redenzione dei popoli sottomessi alla tirannia.
S'iscrisse quindi alla Giovine Italia, associazione politica segreta che aveva come obiettivo l'unificazione della Penisola in una repubblica democratica.
Al fine di intraprendere una missione di propaganda rivoluzionaria, Garibaldi si arruolò nella Marina Sabauda, ma venne segnalato alla polizia e mandato su una fregata in partenza per il Brasile nel 1835.
In vista di una sommossa mazziniana in Piemonte, abbandonò la nave, ma venne fermato perchè considerato il capo della rivolta.

Fu quindi costretto a fuggire alla volta di Nizza e della Tunisia in quanto venne condannato alla pena di morte essendo stato giudicato nemico della Patria e dello Stato.

Il desiderio di diffondere gli ideali mazziniani portò Garibaldi a partire per il Sud America, terra in cui rimase dal 1835 al 1848 ed in cui conobbe l'amore della sua vita, Ana Maria de Jesus Ribeiro, universalmente conosciuta come Anita.
In questi anni egli sfidò l'Impero del Brasile sia per mare che sulla terraferma ed imparò dalla sua compagna l'arte dell'equitazione, fino ad allora a lui sconosciuta. Dopo varie battaglie, Garibaldi tornò in Italia e partecipò come volontario alla prima guerra d'indipendenza contro il dominio austriaco.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara, accorse in difesa della Repubblica Romana, esposta alle minacce degli eserciti francesi e napoletani, a favore di papa Pio IX. Nonostante la strenua difesa, Roma cadde e Garibaldi con i suoi compagni dovettero fuggire alla volta di Venezia (unica repubblica italiana sopravvissuta), circostanza che portò alla morte di Anita, stremata dalla gravidanza in corso e dalle continue fughe.
La disperazione per questa dolorosa perdita non riuscì a fermare Garibaldi che giunto in Liguria, s'imbarcò per la Tunisia e poi si trasferì a New York.

Dopo una breve permanenza in Perù, egli tornò in Italia nel 1854 ove comprò metà dell'isola di Caprera e vi si trasferì edificando una grande fattoria con alcuni amici. Nel 1859 partecipò alla seconda guerra d'indipendenza ottenendo successi.
Nel 1860 arruolò all'incirca mille uomini impiegandoli in quella che divenne la famosa spedizione dei Mille verso il Regno delle Due Sicilie. Approdarono, dopo vari scontri, alla città di Palermo: qui assalirono le carceri ed organizzarono una rivolta popolare sedata con bombardamenti dei quartieri ribelli; l'esercito borbone concesse loro un armistizio affinchè partissero per il continente.

La truppa ripiegò allora alla conquista di Napoli e, dopo vari scontri in cui Garibaldi ed i suoi ebbero la meglio anche grazie all'aiuto dell'esercito del Regno di Sardegna, nel 1860 la città fu consegnata a Vittorio Emanuele II.

Negli anni successivi, dopo essersi ritirato a Caprera, Garibaldi fu corteggiato dagli ambasciatori statunitensi affinchè egli partecipasse alla guerra di secessione americana, ma senza risultato.
Per tutta la sua vita, Garibaldi contrastò con ogni mezzo il potere pontificio; attuò svariati tentativi di assalto a Roma, ma ebbero sempre esiti negativi che gli costarono persino un arresto.

Partecipò in seguito alla terza guerra d'indipendenza, nonché ad alcuni scontri in Francia. Nel corso degli anni ebbe diverse relazioni e nel 1880 ufficializzò la sua unione con Francesca Armosino, dalla quale ebbe tre figli. Morì a Caprera nel 1882 costretto da una brutta artrite sulla sedia a rotelle.

Nel testamento, riconfermò il suo odio viscerale per gli uffici ecclesiastici, rifiutando qualsiasi tipo di cerimonia e richiedendo la cremazione. Il suo corpo fu imbalsamato ed è conservato in un sepolcro coperto da una massiccia pietra grezza di granito a Caprera.

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